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XIV LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI
Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 672 di venerdì 16 settembre 2005

Discussione del disegno di legge: S. 3008 - Riordino del Consiglio universitario nazionale (Approvato dal Senato) (A.C. 5835) e dell'abbinata proposta di legge Perrotta (A.C. 5746) (ore 10,20).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Riordino del Consiglio universitario nazionale; e dell'abbinata proposta di legge d'iniziativa del deputato Perrotta.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).


(Discussione sulle linee generali - A.C. 5835)
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che la VII Commissione (Cultura) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, onorevole Maggi, ha facoltà di svolgere la relazione.

ERNESTO MAGGI, Relatore. Signor Presidente, il disegno di legge governativo in esame è stato predisposto prendendo atto della volontà espressa dal Parlamento, audendo il ministro Moratti, di procedere ad una riforma organica del Consiglio universitario nazionale.
Una breve cronistoria ci consentirà di comprendere gli obiettivi cui il riordino tende. L'attuale assetto del CUN è stato delineato dall'articolo 17, comma 102, della legge n. 127 del 1997, che ha ridefinito il ruolo dell'organo consultivo in correlazione al processo autonomistico delle università, sviluppatosi con la legislazione intervenuta nel precedente decennio, a partire dalla legge n. 168 del 1989, che ha riconosciuto alle università l'autonomia statutaria, finanziaria e contabile in attuazione dell'articolo 33 della Costituzione.
Al CUN è stato riconosciuto un ruolo consultivo e propositivo in materia di reclutamento, di definizione dei settori scientifico-disciplinari, di programmazione universitaria nazionale, di individuazione dei criteri di ripartizione del fondo di riequilibrio del sistema universitario.
In questi anni, il CUN ha svolto un'azione particolarmente incisiva in relazione all'attuazione della riforma degli ordinamenti didattici introdotta con il regolamento n. 509 del 1999 e con i successivi decreti che hanno definito le classi di laurea, ai sensi dell'articolo 17, comma 95, della legge n. 127 del 1997.
Per effetto della riforma, gli atenei, in base ai criteri ministeriali, hanno definito autonomamente gli ordinamenti secondo la formula del «3 più 2», in corsi di I e II livello, ed il CUN ha avuto il delicato compito di verificare i contenuti.
Al CUN compete, inoltre, la deliberazione di eventuali provvedimenti disciplinari a carico dei professori e dei ricercatori (articolo 10, comma 9, della legge n. 341 del 1990), eleggendo, per tale scopo, una commissione di disciplina.
L'articolo 17, comma 104, della legge n. 127 del 1997, ha definito la composizione dell'organismo: tre membri eletti dal CRUI; quattro rappresentanti del personale tecnico-amministrativo universitario; otto rappresentanti eletti dal CNSU; tre membri (un ordinario, un associato e un ricercatore) in rappresentanza di ciascuna delle quattordici aree omogenee dei settori scientifico-disciplinari. In conclusione, il CUN è composto da 57 membri, di cui sono 42 i rappresentanti dei professori e dei ricercatori.
La durata in carica del CUN è stata fissata in quattro anni dall'articolo 17, comma 2, della legge n. 127 del 1997, ed è previsto che i suoi membri non siano immediatamente rieleggibili.
Il CUN fu ratificato con decreto ministeriale il 10 dicembre 1997, per cui la sua scadenza naturale era stata fissata al 10 dicembre 2001. Di contro, a seguito di tre provvedimenti, da ultimo il decreto-legge n. 97 del 2004, si è convenuto, all'articolo 5-bis della legge n. 143 del 2004, di conversione dell'ultimo decreto appena citato, che il CUN rimanga in carica fino all'insediamento del nuovo organo riordinato e, comunque, non oltre il 30 aprile 2005.
È opportuno, in proposito, ricordare che la disciplina generale in materia di proroga degli organi amministrativi, di cui al decreto-legge n. 293 del 1994, convertito, con modificazioni, nella legge n. 444 del 1994, prevede che gli organi non ricostituiti entro il termine di scadenza siano prorogati per non più di 45 giorni (articolo 3). Decorso tale termine, gli organi decadono (articolo 6). Quanto detto ci consente di affermare che la legge auspicabilmente si sarebbe dovuta varare entro il 14 giugno.
Relazionando il 24 maggio scorso in sede di VII Commissione, ho sottolineato la necessità di approvare il provvedimento in esame entro i termini, per far sì che il CUN tornasse ad essere organo pienamente rappresentativo dell'intero mondo universitario e, quindi, capace di apportare significativi contributi per il raggiungimento della effettiva autonomia degli atenei. Purtroppo, non è stato possibile rispettare i tempi, per cui un provvidenziale intervento governativo ci consente di affrontare finalmente in quest'aula la materia (mi riferisco al comma 1, articolo 2, della legge n. 168 del 2005).
Orbene, il disegno di legge governativo è stato emendato dal Senato e successivamente il testo è stato modificato in alcuni parti in sede referente dalla VII Commissione della Camera.
Il testo all'esame dell'Assemblea si discosta dalla disciplina vigente per alcuni interventi significativi, che meglio armonizzano la struttura del CUN. Il disegno di legge è costituito da cinque articoli. All'articolo 1, si stabilisce l'aumento dei membri del CUN di una unità, da 47 a 48, per la presenza del rappresentante dei presidi di facoltà. Il personale amministrativo è rappresentato non più da quattro membri, bensì da tre. Questo consente di avere una nuova figura del CUN, vale a dire il rappresentante dei dirigenti amministrativi delle università. Quarantadue sono i professori e i ricercatori, un ordinario, un associato e un ricercatore per ciascuna area scientifico-disciplinare. Le aree sono 14. Otto sono i rappresentanti degli studenti di diverse facoltà, tre i rappresentanti del personale tecnico-amministrativo, tre i rappresentanti dei rettori, un rappresentante dei dirigenti amministrativi, un rappresentante dei presidi di facoltà.
Il testo in esame, inoltre, stabilisce, contrariamente alla disciplina vigente, che la mancata elezione anche di uno solo dei rappresentanti dei docenti o dei ricercatori comporta l'invalidità della costituzione dell'organo. Al comma 3, nel confermare che il presidente del CUN è eletto tra i professori ordinari, si conferisce al medesimo l'autorità di nominare un vice presidente con funzioni vicarie.
Altra novità rilevante è che i membri elettivi, docenti, ricercatori, studenti, personale tecnico e amministrativo sono eleggibili per due volte consecutive e non più per una, come previsto dalla disciplina vigente.
Una nota di trasparenza è inserita nel comma 8, nel quale si fa divieto ai professori e ai ricercatori di far parte delle commissioni giudicatrici che intervengono nelle procedure preordinate al reclutamento dei professori ordinari e associati e dei ricercatori.
All'articolo 2 vengono elencate le competenze del CUN, il quale formula pareri e proposte al MIUR in materia di programmazione universitaria e di utilizzazione della quota di riequilibrio del fondo per il finanziamento ordinario delle università, e si esprime in riferimento ai criteri generali per l'ordinamento degli studi universitari, ai regolamenti didattici di ateneo, ai settori scientifico-disciplinari. Il CUN si esprime anche sulla legittimità degli atti delle commissioni nelle procedure preordinate al reclutamento dei professori e dei ricercatori.
L'articolo 3 si occupa del collegio di disciplina, che ha il compito di svolgere i procedimenti disciplinari a carico dei professori e dei ricercatori universitari. La composizione di tale collegio passa dagli attuali sette consiglieri a cinque, mentre ai cinque membri effettivi si affiancano altrettanti supplenti, gli uni e gli altri in tal modo ripartiti: tre professori ordinari, un professore associato ed un ricercatore. Il collegio è un organo elettivo i cui consiglieri sono eletti da tutti i componenti del CUN ed è presieduto dal presidente del consiglio universitario.
Vorrei sottolineare due interventi innovativi fortemente democratici, che si riferiscono entrambi allo svolgimento del procedimento disciplinare: viene introdotto il principio del contraddittorio al comma 3, e viene abolito il criterio gerarchico, secondo il quale i professori ordinari giudicano tutti (ordinari, associati e ricercatori), gli associati giudicano, insieme ai professori ordinari, gli associati e i ricercatori, e i ricercatori giudicano, insieme a ordinari e associati, solo i colleghi ricercatori. Questo anacronismo feudale viene abolito, sicché il consiglio nella sua integrità giudica tutti, docenti e ricercatori.
L'articolo 4 riguarda le norme transitorie ed introduce un meccanismo nuovo, volto ad assicurare la continuità all'attività del CUN, diversificando la durata del primo mandato - sei anni anziché quattro - per la metà dei componenti, in rappresentanza di sette aree scientifico-disciplinari sorteggiate tra le quattordici previste. Alle spese di funzionamento dell'organismo si fa fronte con gli ordinari stanziamenti a legislatura vigente.
L'articolo 5 abroga i commi dal 102 al 107 dell'articolo 17 della legge n. 127 del 1997, nonché il comma 9 dell'articolo 10 della legge n. 341 del 1990, riguardanti l'attuale assetto del CUN, essendo superati dal nuovo assetto che viene proposto all'Assemblea.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

GIOVANNI RICEVUTO, Viceministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Volpini. Ne ha facoltà.

DOMENICO VOLPINI. Signor Presidente, intervengo brevemente per esprimere la soddisfazione del gruppo della Margherita per l'avvicinarsi del varo della legge di riordino del CUN, che consentirà di indire rapidamente nuove elezioni. Pertanto, siamo aperti ad appoggiare il disegno di legge al nostro esame, naturalmente con alcune riserve, che intendo esprimere.
Il provvedimento, grazie all'approvazione delle proposte emendative della Margherita, garantisce una accresciuta rappresentatività dell'organo, di cui faranno parte una rappresentanza della conferenza dei presidi ed una del convegno permanente dei direttori amministrativi. Parimenti, risulterà maggiormente differenziata la presenza delle competenze disciplinari e delle facoltà rappresentate dagli studenti; sono miglioramenti che le nostre proposte emendative, peraltro saggiamente accolte con favore dal Governo, hanno apportato al provvedimento.
Tuttavia, taluni punti contenuti nel testo - alcuni in misura maggiore, altri meno - sono, a nostro avviso, poco condivisibili; ad esempio, la conservazione della ripartizione in quattordici aree e, in ciascuna di esse, la rappresentanza paritetica delle tre fasce della docenza appare, nelle condizioni attuali, più tributaria del passato che funzionale allo stato ed alle esigenze del sistema. Noi avremmo preferito la riduzione a sei aree più ampie all'interno delle quali la rappresentatività si potesse gestire più dinamicamente; mi riferisco, ad esempio, all'informatica o a determinate scienze umane che, nella ripartizione in quattordici aree, vengono penalizzate e difficilmente riescono ad avere, poi, la loro rappresentanza.
Mi sembra, invece, di particolare rilievo il discorso che il provvedimento avvia sulla corte di disciplina. È stato superato il criterio «baronale» in base al quale gli ordinari giudicano gli ordinari, gli associati gli associati, e via dicendo; tuttavia, secondo la nuova composizione, tre professori ordinari, all'interno dell'organo, disporrebbero sempre della maggioranza e perciò potrebbero decidere su tutto, restando assolutamente marginali le altre due categorie. La violazione delle norme del codice deontologico danneggia l'università nel suo complesso; danneggia, spesso in modo rilevante, gli studenti e quanti, nella gerarchia interna dell'università, sono più deboli. Ma manca una rappresentanza degli studenti; a nostro avviso, dunque, un tale criterio, che non pone sullo stesso piano le varie componenti, presenta lo stesso vizio del criterio precedente. Invitiamo, pertanto, il Governo a rivedere tale posizione considerando appunto che la violazione del codice deontologico colpisce l'ateneo nel suo complesso più che le singole categorie.
Un punto poi ci sembra grave; il CUN, di anno in anno, perde importanza: i suoi pareri sono sempre più aleatori e rivestono ormai scarsissimo rilievo, tanto che il ministro di turno - mi riferisco ovviamente a chiunque ricopra istituzionalmente la carica e non al ministro attuale - è libero di tenere il parere di qualche suo consigliere privato in maggiore considerazione rispetto a quello del massimo organo del mondo accademico italiano. Ciò rappresenta un elemento abbastanza grave; a nostro avviso, dunque, dovrebbe darsi al parere del CUN una maggiore «pesantezza». Esso, in ipotesi, andrebbe considerato come un parere rafforzato, che obblighi il ministro che voglia agire in modo difforme a presentare alle Commissioni parlamentari di competenza le motivazioni esaurienti del perché non tenga conto del parere del massimo organo rappresentativo universitario italiano. Altrimenti, varrebbe la pena di scioglierlo, poiché non servirebbe a nulla, se non ad aumentare le «carte» che ci giungono in VII Commissione, vale a dire pareri più o meno inutili!
Si tratta, a mio avviso, di una questione veramente importante, poiché ritengo che occorra prendere realmente in considerazione l'ipotesi di rafforzare il consiglio universitario nazionale. Affermo ciò per amore delle istituzioni. I ministri, infatti, non sono eterni, perché cambiano, così come cambiano - per fortuna! - le coalizioni sia di maggioranza che di minoranza.
Pertanto, ritengo opportuno salvaguardare tale istituzione: infatti, se la normativa prevede la costituzione di un organismo così importante, che assicura la massima rappresentatività elettiva del mondo universitario, allora credo sia bene conferirgli il potere che esso merita. Ciò a garanzia del principio dell'autonomia della scienza, costituzionalmente garantito, nonché dell'autonomia, riconosciuta anche legislativamente, degli atenei.
Ebbene, tale autonomia deve esplicarsi fortemente, specialmente nelle materie sulle quali si pronuncia il CUN, ed è bene che l'Esecutivo ne tenga conto. Se il Governo, tuttavia, ritiene di non doverlo fare, per motivi attinenti alla sua politica in generale, credo che successivamente debba addurre, presso le Commissioni parlamentari competenti, motivazioni adeguate ed esaurienti in ordine alle ragioni per cui non intende tenere in considerazione il parere espresso dal Consiglio universitario nazionale.
Noi, ovviamente, attenderemo il seguito dell'esame del disegno di legge in Assemblea, nonché la discussione delle proposte emendative che saranno presentate, per valutare se esprimere o meno un voto favorevole.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Perrotta. Ne ha facoltà.

ALDO PERROTTA. Signor Presidente, se mi consente un momento di autocelebrazione, vorrei evidenziare che l'esame in Assemblea del disegno di legge in oggetto prende le mosse anche dalla presentazione di una proposta di legge di cui sono unico firmatario. Desidero allora ringraziare il Governo, la VII Commissione della Camera, il viceministro Ricevuto e tutti coloro che si sono adoperati per risolvere finalmente - e, a mio avviso, ottimamente - un problema che si poneva da molto tempo.
Vorrei ricordare che la questione del riordino del Consiglio universitario nazionale è sorta da una serie di esigenze. Come vedremo in seguito, il centrosinistra troverà, come sempre, il «pelo nell'uovo», poiché è prigioniero di un vecchio modo di ragionare: quello di non riconoscere gli effetti positivi dei provvedimenti adottati dalla maggioranza per evidenziare, invece, quelli che, a suo avviso, costituiscono gli aspetti negativi.
Nell'auspicare che, alla fine, si registri un'ampia convergenza nell'approvazione del disegno di legge in esame, vorrei sottolineare alcune questioni. In primo luogo vorrei ricordare che abbiamo finalmente garantito, all'interno del CUN, la presenza di un rappresentante del coordinamento nazionale delle conferenze dei presidi di facoltà.
Il disegno di legge in esame, inoltre, prevede che i componenti del consiglio universitario nazionale di cui alle lettere a), b) e c) del primo comma dell'articolo 1 non siano eleggibili consecutivamente per più di due volte; a dire la verità, avrei personalmente preferito che tale limite fosse contemplato anche per i membri di cui alla lettera d), ma comunque va bene così.
In particolare, tuttavia, vorrei soffermarmi sul comma 8 del medesimo articolo 1, il quale prevede che i componenti del CUN con la qualifica di professore e di ricercatore non possono far parte delle commissioni giudicatrici che intervengono nelle procedure preordinate al reclutamento dei professori ordinari ed associati e dei ricercatori nel periodo in cui ricoprono la carica.
Ciò perché mi auguro che impedendo, di fatto, ai componenti del CUN di poter successivamente entrare a stabilire i criteri, e magari nelle commissioni, eviteremo finalmente ciò che tutta l'Italia sa, ossia che - purtroppo - sono le baronie universitarie, figli, generi, nipoti dei professori universitari, a vincere sistematicamente i concorsi. È un fatto strano, ma succede. Abbiamo tentato, nella proposta di riforma del CUN, di evitare a monte tutto ciò. Confidiamo, poi, nella decenza e nella logica professionale di coloro che faranno parte delle commissioni, per invertire la rotta.
Signor Presidente, quello in discussione è un buon provvedimento. Forza Italia lo voterà con piacere e spero - come affermavo all'inizio del mio intervento - che possa passare a grande maggioranza e che, una volta tanto, il centrosinistra - che in Commissione ha anche collaborato alla buona predisposizione di questa riforma - possa dimenticare le barricate e votare anch'esso a favore di questo provvedimento.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tocci. Ne ha facoltà.

WALTER TOCCI. Signor Presidente, la parola «riforma», fino a poco tempo fa, nel nostro paese, aveva un significato positivo: indicava la volontà di cambiamento, di migliorare le cose, una fiducia nel futuro. Negli ultimi anni, con i vostri provvedimenti, invece, quasi sempre la parola «riforma» si è accompagnata a norme che peggiorano la situazione, che ci riportano al passato e, nel migliore dei casi, lasciano le cose come stanno.
Anche questo provvedimento, che voi chiamate riforma del CUN, è l'esempio di tale decadenza della parola «riforma». Sono norme burocratiche, ridondanti, che annunziano grandi cambiamenti, ma che sostanzialmente non modificano la situazione attuale.
In generale, l'efficacia della vostra attività legislativa potrebbe essere riassunta con una semplice formula matematica, come una semplice disequazione. L'efficacia dei vostri provvedimenti è minore o uguale a zero e, quindi, raggiunge il suo massimo quando l'effetto riformatore è nullo, perché almeno, non avete peggiorato le cose. Quindi, questo provvedimento sul consiglio universitario nazionale è appunto al massimo della vostra attività legislativa, poiché - almeno - non peggiora drammaticamente la situazione, ma la lascia esattamente come è.
Quando penso a tale vostra disequazione, mi viene in mente un formidabile verso di Bertoldt Brecht, che cito a memoria, e forse non in modo testuale, ma che recita, grosso modo, così: I generali guardano le mappe. Un errore e saremo salvi. Tale frase mi è venuta in mente, perché il provvedimento oggi in discussione è un errore che ci ha salvati, nel senso che è un disegno di legge che non corrisponde appieno a ciò che aveva in mente il ministro e, quindi «siamo salvi» Ricordo, infatti, che il ministro ha tentato, poco tempo fa, di proporre una legge radicalmente diversa in materia, perché sostanzialmente proponeva la nomina del consiglio universitario nazionale da parte del Governo. Quello sì, dunque, era un vero cambiamento; lo definirei, per rimanere al verso di Brecht, un vero «bombardamento» del sistema universitario. Tuttavia, vi siete sbagliati; non avete mantenuto fede a tale programma e, quindi, ci tocca un provvedimento sul CUN che sostanzialmente non modifica granché.
È un provvedimento tardivo. Il relatore, in questa sede, ci ha raccontato questa storia legislativa con tanta passione e tanta enfasi. Ma, certo, non è una bella storia: tre proroghe, leggi, leggine, commi nella legge finanziaria. Ciò che lei ha definito un provvidenziale provvedimento governativo è l'ultima proroga relativa al consiglio universitario nazionale. Non è una bella storia legislativa quella relativa a questo provvedimento: è un'accozzaglia di norme burocratiche!
Continuo ad essere molto stupito nel leggere le vostre proposte normative, perché sono sempre esuberanti. Prima si è svolta una discussione sulla semplificazione legislativa: parlate sempre di semplificazione normativa e di delegificazione. Ma qui si arriva al punto di scrivere degli articoli con cui si stabilisce per legge quali organi possano essere invitati alla riunione del Consiglio universitario nazionale. C'è bisogno di individuare per legge gli invitati al Consiglio universitario nazionale? Questo è solo un esempio, ma potrei citarne tanti altri.
Siamo in presenza di un'esuberanza normativa accompagnata da un'assenza di decisione. Questa ambivalenza è applicabile non soltanto al CUN, ma anche a tutta la vostra attività legislativa.
Siamo, quindi, di fronte ad un'accentuazione e ad un appesantimento normativo che per la verità - bisogna dirlo onestamente - con riferimento a questa materia (il Consiglio universitario nazionale) viene da lontano. Vi è un dato che colpisce: ogni volta che si è proceduto all'elezione del CUN si è resa necessaria una nuova legge. In altri termini, tutte le elezioni del CUN sono state accompagnate da cambiamenti normativi. Questo ci dice quanto sia eccessiva la normazione di tale settore dell'ordinamento italiano, soprattutto in campo universitario.
Vorrei ricordare che, secondo l'indagine del professor Cassese, nel nostro paese, in materia universitaria sono ancora in vigore 700 leggi: ciò dà la misura di un sistema eccessivamente normato. In questa materia le leggi andrebbero scritte in punta di penna, applicando un principio di economia delle norme, cercando di ridurre al minimo l'appesantimento legislativo e cercando, soprattutto, di eliminare le norme, anziché di appesantirle.
Voi non fate niente di tutto questo: al contrario, proseguite in questa tradizione di burocrazia e di eccessivo normativismo. Siamo, insomma, in presenza, più che di una riforma, di una «riformicchia» del Consiglio universitario nazionale. Probabilmente, la legge in discussione sarà anche l'ultima di questa legislatura in materia universitaria. Al riguardo, stiamo esprimendo le nostre obiezioni e lo faremo ancora in Assemblea. Tuttavia, come ha detto l'onorevole Volpini prima di me, siamo interessati, comunque, ad una rapida approvazione di questo provvedimento.
Ho affermato che sarà, probabilmente, l'ultima legge di questa legislatura, perché faremo di tutto per impedire l'approvazione dell'altro provvedimento attualmente all'esame del Senato, quello sullo stato giuridico. È un provvedimento dannoso: lì la disequazione che ho citato all'inizio è pesantemente squilibrata sul «minore o uguale a zero». È una normativa che, come abbiamo detto in quest'aula, aggrava i problemi dell'università italiana e smentisce clamorosamente tutte le dichiarazioni di principio formulate dal ministro Moratti all'inizio della discussione su quel disegno di legge.
Si era parlato di valorizzare il merito; invece, quel provvedimento stabilisce addirittura criteri di anzianità nei concorsi universitari da associato ad ordinario. Si era parlato di modernizzare l'università; invece, quel provvedimento prevede una serie di garanzie a vantaggio di singole categorie all'interno del sistema universitario.
È una legge che rende ancora più difficile l'accesso dei giovani alla docenza, in una situazione in cui l'età media dei nostri professori universitari si aggira intorno ai cinquant'anni. Si tiene lontana dall'università e della ricerca pubblica un'intera generazione, dandogli magari il contentino di poter scrivere comunque sul biglietto da visita la qualifica di professore universitario.
Quindi, è una legge dannosa e che ci riporta indietro. Noi, come centrosinistra, faremo di tutto al Senato per impedirne l'approvazione.
Torniamo al provvedimento in esame. Questa legge sul Consiglio universitario nazionale, se la mia previsione è giusta, sarà la vostra ultima legge e, quindi, dà la misura del bilancio della vostra azione di Governo. Essa conclude mestamente la vostra attività di Governo. In questi anni sono stati tanti gli annunci e i fiumi di retorica da parte del ministro, ma la vostra legislatura in campo universitario si chiude senza nessuna legge organica e senza nessuna riforma importante di questo strategico settore.
Avete inserito alcune norme soltanto nelle leggi finanziarie per ridurre gli stanziamenti oppure norme episodiche in alcuni provvedimenti omnibus, ma - lo ripeto - non c'è stata nessuna riforma organica dell'università. Quindi, avete operato pesantemente sul taglio delle risorse finanziarie. È bene ripeterlo in questa sede, perché il ministro nei suoi monologhi mediatici fornisce delle cifre, che quasi sempre sono false. Noi utilizziamo la sede istituzionale, quest'aula e il dibattito parlamentare per riportare i dati alla loro verità.
Il ministro afferma che il fondo per l'università italiana è aumentato del 13 per cento in questi quattro anni. Tale dato è falso, perché, in termini di valori reali, il finanziamento è diminuito nel 2002, nel 2003 e nel 2004 e lo stanziamento per il 2005 - questo sì in aumento - non compensa i tagli degli anni precedenti. Complessivamente, rispetto al 2001, lo stanziamento è diminuito di 750 milioni di euro. Ricordo che nello stesso periodo, ossia negli ultimi quattro anni del centrosinistra, lo stanziamento, rispetto all'inizio, aumentò di 3.500 milioni di euro.
Si è parlato e avete parlato molto di valutazione. Dopo quattro anni, la valutazione del sistema universitario è ancora ferma al palo. I timidi meccanismi che state introducendo in questi mesi sono assolutamente inadeguati. Lo voglio dire perché è un argomento che, purtroppo, il ministro tiene lontano dalle aule parlamentari, mentre è bene che in questa sede se ne discuta.
L'assegnazione del fondo di riequilibrio (FFO) avviene in base a parametri secondo noi molto criticabili. Ad esempio, assegnare un punteggio positivo all'università in rapporto al risultato degli esami induce un comportamento negativo, perché porta gli atenei ad abbassare l'asticella, ad alzare i voti e, quindi, sostanzialmente, a dequalificare gli studi universitari.
Avete colpito duramente la ricerca e la ricerca libera. Tutti i fondi e, in particolare, il PRIN sono stati bloccati e, quindi, hanno perduto valore in termini reali, tanto è vero che oggi nel PRIN almeno la metà dei progetti di ricerca che sono stati dichiarati idonei non ha ottenuto il finanziamento.
Tutto ciò avviene mentre il ministro dichiara, nei suoi monologhi, che la ricerca pubblica in Italia sta aumentando. È una dichiarazione offensiva per quei ricercatori che hanno presentato proposte nell'ambito del PRIN e sono stati dichiarati idonei, ma non hanno ottenuto il finanziamento per carenza di fondi.
Potrei continuare, ma è evidente a tutti che tale riforma del Consiglio universitario nazionale chiude mestamente il bilancio del ministro Moratti e dell'intera maggioranza, che non ha portato alcuna riforma organica mentre ha portato tagli, poca valutazione ed una riduzione dell'attività di ricerca nell'università italiana. Nella prossima legislatura dovremo, quindi, dare all'università italiana la forza necessaria per corrispondere alle grandi aspettative che il nostro paese alimenta verso gli studi dell'alta formazione.
Vorrei ricordare che, mentre l'università ha subito i suddetti tagli di risorse, vi è stata una ripresa di interesse dei nostri giovani: negli ultimi anni, in virtù della riforma degli ordinamenti didattici operata dal centrosinistra, le immatricolazioni sono aumentate di circa il 20 per cento. Anche giovani che non avevano scelto l'università alla conclusione degli studi superiori hanno, poi, rivisto la propria decisione e si sono iscritti: ciò denota una nuova attenzione dei nostri giovani verso l'alta formazione. Tale attenzione andrebbe curata investendo sull'università italiana e mettendo in grado gli atenei di corrispondere a tale nuova domanda.
Tornando al merito del Consiglio universitario nazionale, vorrei sottolineare che il provvedimento in esame è un'occasione mancata. Oggi avremmo bisogno di una vera riforma del CUN, avremmo bisogno di un Consiglio universitario nazionale ancora più forte ed autorevole che in passato. Ciò proprio perché è andato avanti il processo di autonomia degli atenei, che hanno, dunque, più bisogno di prima di un organo ad elezione diretta che rappresenti la complessità di tali autonomie. Sarebbe necessaria una riforma che aumentasse la forza e l'autorevolezza del CUN. Vorrei ricordare che il Consiglio universitario nazionale nel nostro ordinamento è l'unico organo nel quale la comunità scientifica italiana ha una possibilità di rappresentanza diretta. Voi, infatti, avete cancellato dall'ordinamento la previsione dell'assemblea della scienza e della tecnica, che doveva consentire una rappresentanza di tutto il mondo della ricerca, ed avete cancellato altri organi consultivi. Quindi, oggi l'unica sede nella quale la comunità scientifica del nostro paese può esprimere autonomamente il proprio punto di vista è, appunto, il Consiglio universitario nazionale.
Penso che vi sarebbe bisogno di una CUN autorevole e forte anche per evitare che tutta la rappresentanza sia addossata alla responsabilità della CRUI. La Conferenza dei rettori ha svolto una funzione importantissima in questi anni. Vorrei ricordare - e non era mai accaduto prima - che i rettori sono stati costretti a minacciare le dimissioni di fronte a provvedimenti dannosi del Governo. In tutti i passaggi decisivi hanno svolto, nella loro autonomia, una funzione importante a difesa dell'università italiana ed anche di stimolo per la riforma dell'università stessa. Tuttavia, la CRUI è stata eccessivamente appesantita dalla responsabilità di rappresentare il mondo universitario. Dare forza al CUN, quindi, aiuterebbe la stessa Conferenza dei rettori, perché creerebbe una rappresentatività più complessa ed articolata.
Vi è bisogno di un CUN autorevole e forte, soprattutto per impedire la ripresa centralistica che il ministero mostra di voler portare avanti (quasi tutti i provvedimenti che avete presentato in quest'aula procedevano nel senso del centralismo). Occorrerebbe, invece - sono d'accordo con il collega Volpini -, varare norme che definiscano in capo al ministero obblighi e doveri. In alcune fasi importanti, il CUN ha emesso pareri molto argomentati e seri (ricordo quello sullo stato giuridico e sull'ordinamento dei cicli didattici) ed il ministero, al riguardo, dovrebbe essere obbligato a rispondere motivatamente. Ovviamente, si tratta di pareri obbligatori e non vincolanti e, pertanto, rimangono fuori discussione le prerogative del ministero e l'autonomia legislativa, ma dovrebbe sussistere in capo al ministero l'obbligo di rispondere motivatamente ai pareri del CUN. Quindi - lo ripeto - abbiamo bisogno di un CUN più autorevole e forte.
Da questo punto di vista, sarebbe stato molto utile rinnovare i criteri di rappresentatività di questo organo. La composizione attuale dell'istituto rappresenta la vecchia università italiana divisa in discipline ed in compartimenti stagni, mentre dovremmo adottare criteri che siano in grado di fare esprimere tutti i processi nuovi dell'università italiana, tutto ciò che ha migliorato la vita dei nostri atenei. In particolare, abbiamo proposto di ridurre le quattordici aree (ciò si inserisce nella questione fondamentale in discussione), ma sulla medesima vi è stata da parte vostra una certa chiusura. Siamo convinti che ridurre tali aree aumenterebbe la rappresentanza del CUN e conferirebbe agli eletti un mandato più ampio e, quindi, più autorevole e forte.
Inoltre, la riduzione del numero delle aree consentirebbe anche di dare voce a quei fenomeni nuovi, a quei processi innovativi che si sono determinati, e mi riferisco a tutte quelle discipline che hanno tentato confini nuovi della conoscenza, nonché anche alla valorizzazione del carattere multidisciplinare dell'attività universitaria. La modifica dei criteri di rappresentanza, pertanto, sarebbe stata opportuna in termini di maggiore forza e di maggiore autorevolezza.
Quando poi parliamo di vecchi criteri, la rigida divisione tra le fasce della docenza (ordinari, associati e ricercatori) rappresenta una conferma di una vecchia impostazione. Sono d'accordo con il collega Volpini quando ha affermato che vi sono stati miglioramenti nella composizione della commissione di disciplina. Si è eliminata quella norma davvero feudale, secondo la quale la commissione di disciplina avrebbe dovuto essere composta da ordinari nel caso di questioni disciplinari concernenti gli stessi, escludendo i ricercatori. L'eliminazione di questa norma ha rappresentato sicuramente un miglioramento.
Tuttavia, permane una composizione squilibrata, perché vi è un'eccessiva presenza di ordinari a discapito degli altri soggetti. Quindi, in generale, si tratta di un'impostazione che fa riferimento ancora agli aspetti più antichi dell'università italiana.
Spesso - mi riferisco anche al collega Perrotta, intervenuto precedentemente - si lanciano attacchi ingenerosi all'università italiana, intesa come università corporativa e fatta di baronie.
È singolare che da parte vostra vi sia sempre questo uso anche strumentale della critica al corporativismo dell'università italiana e che poi, quando si tratta di superare queste baronie, questi approcci corporativi, in questo caso affermando nuovi criteri di rappresentatività, rimaniate ancorati alle vecchie impostazioni.
Se osserviamo la vita concreta degli atenei, notiamo che le esperienze più moderne, i processi preziosi di rinnovamento avvengono proprio in quei casi in cui tra professori ordinari, professori associati e ricercatori si determina uno spirito di collaborazione. Al contrario, gli atenei che mantengono una rigida separazione tra tali figure stentano a realizzare processi di rinnovamento.
L'ultima questione riguarda le norme di rieleggibilità. Si è trattato di una materia controversa, e durante l'iter legislativo si sono registrati vari ripensamenti.
Siamo favorevoli a stabilire che anche gli attuali membri del CUN non siano immediatamente rieleggibili in quanto attualmente il CUN, a seguito delle proroghe intervenute, ha ormai un mandato di otto anni e, con l'approvazione del testo licenziato dalla Commissione, sarà possibile ipotizzare un doppio mandato fino a sedici anni.
Riteniamo che ciò rappresenti un segnale negativo, in quanto si tende ad attribuire alla funzione del soggetto eletto nel CUN la caratterizzazione di una sorta di mestiere, in quanto tale separato dai professori e dall'ambiente dell'università italiana. Dunque, vorremmo fosse ristabilita la norma che impedisce la immediata rieleggibilità, fermo restando che in un successivo mandato si potrà ripresentare anche colui il quale attualmente fa parte del CUN.
In questa nostra considerazione non vi è alcun riferimento di critica rispetto all'attuale composizione del CUN, anzi sarebbe opportuno che, in questa sede, tutti insieme esprimessimo apprezzamento nei confronti del Consiglio universitario nazionale uscente e del suo presidente per il lavoro svolto, per l'indipendenza di giudizio dimostrata e per la qualità dei pareri espressi; fermo restando che, da un punto di vista normativo, avremmo preferito una scelta diversa in ordine all'immediata rieleggibilità.
Il centrosinistra presenterà - come già avvenuto in Commissione - una serie di emendamenti e, in base all'atteggiamento assunto dalla maggioranza sulle nostre proposte, decideremo se essere favorevoli o meno al provvedimento in esame.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche del relatore e del Governo - A.C. 5835)
PRESIDENTE. Prendo atto che il relatore rinuncia alla replica.
Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo.

GIOVANNI RICEVUTO, Viceministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Signor Presidente, molto brevemente vorrei testimoniare l'esigenza da parte del Governo di una sollecita approvazione del presente disegno di legge. Si tratta di un provvedimento importante, relativo al riordino del Consiglio universitario nazionale, organo che svolge una funzione fondamentale nel sistema universitario italiano. Onorevole Tocci, si tratta di una legge di riforma e non mi sembra il caso di attribuirle una diversa natura, meno che mai un appellativo dispregiativo, se non altro per non dequalificare il lavoro svolto dagli onorevoli componenti la VII Commissione. D'altro canto l'onorevole Tocci non ha focalizzato la propria attenzione sulle questioni che riguardavano il disegno di legge di cui stiamo parlando, ma ha sviluppato un suo ragionamento critico di natura politica più ampia, su temi differenti come quelli della scuola, dell'università e della ricerca. Tuttavia, pur nel rispetto dovuto all'intervento di un illustre parlamentare dell'opposizione, è giusto che il Governo precisi alcuni punti.
Onorevole Tocci, dati alla mano sento di doverle dire che la ricerca pubblica in Italia è notevolmente aumentata in termini di risorse e che quanto fatto da questo Governo in materia di scuola, di pubblica istruzione, di università e di ricerca non ha riscontri con nessun altro operato dei precedenti Governi, nei decenni passati.
Come affermava l'onorevole Perrotta, la verità non consiste nel fatto che si sta cercando il pelo nell'uovo, quanto piuttosto che, dal momento che non lo si trova, si butta la palla fuori dal campo. Dopo anni, anche in questo specifico settore il Governo ha centrato l'obiettivo, arrivando ad una conclusione concreta su una questione importante. È bene comunque precisare che il merito non è soltanto del Governo, ma anzi è prevalentemente da attribuire all'egregio lavoro svolto dalla Commissione nel suo complesso, grazie alla sensibilità e al grande senso di equilibrio - aspetto che mi preme sottolineare - mostrati dal relatore, onorevole Maggi.
Quindi, il mio è un giudizio politico che, peraltro, è stato testimoniato anche dall'intervento dell'onorevole Volpini, appartenente al gruppo della Margherita e, quindi, ad una forza di opposizione. L'onorevole ha sostenuto testualmente che la Margherita esprimeva la sua soddisfazione per l'approvazione di questo disegno di legge, constatando come in effetti diversi emendamenti presentati dall'opposizione siano stati accolti positivamente dal Governo e dal relatore. A mio avviso si tratta di un impianto già sufficientemente valido, su cui ovviamente potranno essere operati ulteriori interventi con gli emendamenti che l'opposizione, ma anche il relatore e la maggioranza, possono presentare e su cui si potrà discutere liberamente ed apertamente insieme in quest'aula.

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.


CIPUR
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