COMUNICATO del 14 aprile 2020

 

RICERCATORI A TEMPO DETERMINATO DI TIPO "A" 

ULTERIORE IMPORTANTE RISULTATO OTTENUTO DAL CIPUR  

 

 

   Il CIPUR è lieto di comunicare l'ulteriore importante risultato ottenuto nell'ambito dei ricorsi proposti a tutela dei ricercatori universitari a tempo determinato di tipo A. 

Il Consiglio di Stato, con l'ordinanza n. 2376 del 10 aprile 2020, ha sottoposto alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea il quesito se può considerarsi legittima la discriminazione che subiscono i ricercatori a tempo determinato di tipo A in possesso dell'abilitazione scientifica nazionale rispetto ai ricercatori a tempo determinato di tipo B e ai ricercatori a tempo indeterminato che, parimenti, abbiano conseguito l'a.s.n. A fronte di mansioni identiche, infatti, i ricercatori di tipo A abilitati non possono usufruire né della procedura di valutazione per la chiamata nel ruolo dei professori associati prevista dall'art. 24, comma 5, della Legge Gelmini, che è riservata ai ricercatori di tipo B, né della procedura di cui all'art. 24, comma 6, che è invece riservata ai ricercatori a tempo indeterminato. 
Il Consiglio di Stato, condividendo le argomentazioni degli avv.ti prof. Giuliano Grüner e Federico Dinelli, ha affermato che "tra quelli in possesso dell'abilitazione scientifica nazionale, solo i ricercatori di tipo B e quelli a tempo indeterminato hanno la possibilità di essere valutati ai fini dell'inquadramento nel ruolo degli associati, a differenza dei ricercatori di tipo A i quali, alla scadenza del contratto, possono al massimo conseguire una proroga biennale. E ciò senza una giustificazione razionale e/o non discriminatoria". 
A questo punto la parola passa al Giudice europeo, di cui si attende la pronuncia anche sulle altre questioni sollevate dal Tar Lazio e dallo stesso Consiglio di Stato, sempre sui ricorsi proposti tramite il CIPUR, con l'assistenza dello Studio Legale Grüner Dinelli, a tutela dei precari della ricerca universitaria. 
 
Cogliamo l'occasione anche per ricordare che il 22 giugno si terrà l'udienza davanti alla Corte Costituzionale, avente ad oggetto la questione di legittimità sollevata dal Tar Calabria sul ricorso proposto da un ricercatore a tempo indeterminato con riferimento all'art. 24, comma 6, della legge Gelmini, che nega ai ricercatori a tempo indeterminato con a.s.n. il diritto di essere sottoposti alla valutazione di cui all'art. 24, comma 5, così discriminandoli rispetto alla categoria dei ricercatori di tipo B. Anche in questo caso, il rinvio alla Consulta è stato originato da un ricorso proposto tramite il CIPUR con l'assistenza dello Studio Legale Grüner Dinelli.
Non sembra più differibile, viste le criticità rilevate dai giudici amministrativi italiani, un intervento del Legislatore che, nel riformare radicalmente il sistema di reclutamento introdotto dalla Legge Gelmini, tenga conto dell'esigenza di stabilizzare il precariato storico della ricerca universitaria, che ha sopperito in questi lunghi dieci anni alla perdita di oltre 10.000 posti di ruolo in organico, e di consentire a chi abbia dimostrato il proprio valore di acquisire la corrispondente posizione accademica. 
Quest'ultima esigenza riguarda anche, come è noto, i professori associati con abilitazione di prima fascia, per i quali il CIPUR si sta spendendo con appositi ricorsi finalizzati ad ottenere la censura costituzionale della discriminazione che impedisce loro di essere valutati di diritto per la chiamata nella fascia degli ordinari, dei quali condividono le mansioni e, avendolo dimostrato in sede di abilitazione, la competenza.
 
Le vicende dell'emergenza sanitaria stanno a dimostrare quello che nel nostro Paese è stato colpevolmente dimenticato da Governi di ogni colore, e cioè l'importanza della ricerca scientifica, mortificata dalle politiche degli ultimi 15 anni (la famigerata Legge Moratti è del 2005, la Legge Gelmini è del 2010).
Siamo stanchi delle cronache che ci raccontano di valorosi studiosi italiani, formatisi nelle nostre università, che sono costretti ad emigrare per andare ad arricchire con il loro talento gli atenei di altre nazioni.
E siamo stanchi, allo stesso modo, di scoprire che fra i nostri iscritti ci sono ricercatori con 10/15 anni di precariato, alcuni dei quali giunti al secondo contratto da ricercatore tipo A dopo aver collezionato svariati assegni di ricerca pre e post Gelmini, che, nonostante il possesso di una o più abilitazioni, non vedono ancora davanti a loro alcuna possibilità di ingresso nel ruolo. 
La risposta a questa emergenza, non meno grave di quella legata al coronavirus, anche se meno "visibile" di questa, non possono essere i piani straordinari per i ricercatori di tipo B che anche questo governo, in piena continuità con i precedenti, ha previsto a partire dal 2021. E ciò non solo perché i posti finanziati sono assolutamente insufficienti, ma anche perché questi piani non fanno che aggravare le discriminazioni già stigmatizzate dalle pronunce dei Tar e del Consiglio di Stato sopra richiamate. 
La ripartenza del Paese, quando ci saremo lasciati alle spalle, speriamo il prima possibile, la crisi sanitaria, non potrà prescindere dalla valorizzazione del ruolo dell'Università. Sarà fondamentale per segnare una discontinuità con le politiche degli ultimi anni, nella consapevolezza che senza un'Università forte, libera e meritocratica, non c'è innovazione, non c'è sviluppo, non c'è riscatto culturale e sociale.
In una parola: non c'è futuro. 
 
   Il CIPUR continuerà a battersi per la rinascita dell'Università italiana. Chiunque vorrà aiutarci a perseguire questo fine, sarà il benvenuto.
 
Prof.ssa Rosa Daniela Grembiale 
Presidente Nazionale CIPUR  



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